Superstizioni

Dizionario di Marina - Reale Accademia D'Italia - Roma

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Superstizioni. — Tra le antiche superstizioni son da notare: « Per far calmare il temporale si fanno gettare in mare li panuzza cioè piccolissimi pani, di pochi grammi, benedetti dal sacerdote e fatti per certe feste speciali ». (Corazzini). « Nei giorni di venerdì molti o taluni marinari non fanno partire le loro barche, perché credono che tali giorni portino sciagura, giusta l'antico proverbio né di Venere (venerdì) né di Marte (martedì) non si sposa e non si parte ». (Corazzini). « Le trombe marine si tagliano con tre parole nere dette in ginocchio ed a bassa voce dai marinari che le sanno ». (Corazzini). « Un secolo prima di quello in cui viveva Aubin (1702) i marinai avevano adottata una formula di giuramento, che era tenuta per diabolica; essi giuravano sul pane, il vino e il sale; e per rendere il giuramento più solenne, gettavano dal di sopra dei fianchi della nave, qualche grano di sale, qualche briciola di pane e aggiungevano in sacrifizio all'Oceano qualche goccia di vino, come i loro antenati, i marinai Greci, facevano prima di partire con le loro navi ». « I Greci moderni, nel secolo XVII non partivano senza avere imbarcato trenta piccoli pani, chiamati di S. Nicola, che serbavano per i casi di cattivo tempo. Quando si levava la tempesta essi gettavano in mare qualcuno di quei panini rivolgendo una preghiera al Santo protettore dei marinari ». « All'imboccatura del Mar Bianco vi è un'alta montagna chiamata Sémes, che dicevano abitata da un genio, il quale non lasciava passare le navi, provocando grandi tempeste, se non riceveva un sacrifizio propiziatorio, che consisteva nell'offerta di pasticcini fatti con farina di segala e burro; la farina di avena aveva la stessa virtù di quella di segala ». « Gli Arabi per placare le tempeste, o per sortire dalla calma che tiene prigioniero il naviglio, ricorrevano a dei mezzi molto bizzarri: un nakuda, o capitano di nave, trovandosi in calma, fece preparare un recipiente pieno di carboni accesi e lo pose sopra una tavola al piede dell'albero della nave, e incominciò l'operazione dell'incantesimo, rivolgendosi al dio Muthiam, re dei cattivi spiriti; l'equipaggio stava immobile e tremante. Ad un tratto un marinaio arabo si sente invaso da frenesia furiosa, e dichiara che un demone si è impossessato di lui; urla, salta come un pazzo, afferra un carbone acceso e lo mangia; poi, preso da terribile sete, chiede di bere il sangue di un gallo, e viene subito soddisfatto, e allora si calma e domanda cosa si vuole da lui. Gli si chiede il vento per proseguire il viaggio, ed egli lo promette fra tre giorni, e cade mezzo morto, non ricordandosi più di ciò che aveva fatto, e detto. In capo a tre giorni (si racconta) il vento incominciò a soffiare, e la nave potè guadagnare il porto al quale era diretta ». « I marinai, quando vedevano venire da lontano le trombe marine, sfoderavano le loro spade e le battevano le une contro le altre in croce ». « Le mogli dei corsari andavano a fare dei sacrifizi vicino ad una piccola fontana presso ad Algeri, e lì accendevano un gran fuoco, nel quale bruciavano mirra e incenso;
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poi tagliavano la testa ad un gallo, e ne spandevano il sangue sul fuoco, quindi spennavano il corpo del gallo e dicendo certe parole speciali, gettavano al vento pugni di penne, seguendone trepidanti la direzione. Se le penne cadevano quasi verticalmente dalla parte della campagna, il presagio del viaggio era cattivo, e la navigazione infruttuosa; se al contrario le penne tolte al corpo del gallo dissanguato volavano dalla parte del mare, il viaggio doveva essere buono e lucrativo ». (Jal, s. Superstitions; Corazzini). V. Sant'Elmo. Pietro Della Valle racconta quanto segue: « Volevano (i marinai portoghesi che navigavano nell'India) legare l'imaginetta del detto santo Antonio perché ei desse buon vento, ch'è come imprigionata, minacciando di non sciorla, fin tanto che non abbia loro concesso ciocche dimandavano; ma pure restarono di farlo ad instanza del piloto che diede parola per lo santo, dicendo, ch'era tanto onorato che senza esser legato ne preso, avrebbe fatto quanto essi ricercavano. Pure al venti nove di decembre, il capitano con li altri del vascello si risolverono al fin di legar il santo Antonio (all'albero della nave) ». (Jal, s. Vento).