Grifo o gripo è, nel greco antico (grîphos, variante grîpos), una ‘rete’ molto ingarbugliata per pesci, fatta di steli di giunchi intrecciati; metaforicamente il termine può indicare un intrico e dunque un ‘detto oscuro, indovinello, enigma’, un discorso arzigogolato e criptico. Nel significato concreto di ‘rete’, il termine (più spesso nella forma grîpos) è rammentato, dalla fine dell’età ellenistica, in alcune fonti letterarie, tra cui Plutarco, Artemidoro di Daldi (nell’interpretazione dei sogni le nasse, i gripi, le reti indicano pericoli e insidie) e Oppiano di Anazarbo nel suo poema didascalico sulla pesca, talora in associazione con la sagena, da cui non doveva essere dissimile, che è una rete a strascico. Come accessorio del pescatore, la parola sembra attestata in latino solo negli Hermeneumata Celtis, una raccolta di materiale greco-latino risalente al IV secolo, nel capitolo dedicato all’ittionimia (gripus > greipos, cioè griphus : grîphos, una rete). Nel Rudens Plauto chiama, in un gioco di parole, il pescatore autore di una pesca miracolosa Gripus, nome trasparente, designando così il nome proprio una professione.
Il termine, nel significato materiale di rete e in quello metaforico ed enigmatico, è registrato nelle Voci di Gian Pietro Bergantini (1745), nel Dizionario universale di Francesco Alberti di Villanova (1798) e nei maggiori dizionari ottocenteschi, fino al Tommaseo-Bellini (1869); permane, come termine desueto del lessico marinaro e piscatorio, in diversi dizionari moderni e contemporanei dell’italiano, e sopravvive nella lessicografia dialettale, che contribuisce a meglio precisare le caratteristiche dello strumento di pesca. Il Vocabolario del dialetto tarantino di Domenico Ludovico De Vincentiis (1872) descrive il grifo o gripo, insieme alla sagena, come una varietà di sciabica, una «rete da pesca a maglie strette attaccata a due lunghe soghe [funi] che si tira dal lido e raccoglie ogni sorta di pesce anche minuto».
Il Dizionario di marina riporta la forma grifo, ‘sorta di rete da pescare’, come termine letterario antico e definisce gripo quale tipo di ‘rete da pesca, fatta a sacco e usata per lo più dai Chioggiotti’, particolare della Venezia orientale e dell’Istria.
Verosimile venezianismo di origine greco-bizantina, il gripo era utilizzato nel Medioevo e nell’età moderna da pescatori istriani, dalmati, pugliesi e greci, dall’una all’altra sponda dell’Adriatico, mare pescoso e luogo di incontri, di relazioni e interferenze linguistiche e culturali. Il termine si irradia nelle zone di grecità adriatica nel Golfo di Venezia fino all’altezza di Ancona e Zara, per ritornare in Puglia, nelle città marine dal Gargano al Salento, ed estendersi sulle rive del Mar Egeo, a Rodi. Attestata in documenti slavi nella forma grippa, grip(p)us (anno 1233), la parola è passata anche in turco (igrip), in serbo, bulgaro e romeno (grip), ed è tuttora viva nel greco moderno.
Nel significato estensivo, già in epoca bizantina, di ‘barca’ peschereccia, il termine è documentato lungo le coste adriatiche, ionie e dalmate (gripo, grippo) e si è diffuso nel Mediterraneo, indicando un tipo di imbarcazione adatta a molteplici usi: veliero da pesca, da commercio e da trasporto, o anche nave corsara.
I documenti di carattere pratico, le fonti letterarie e i repertori lessicografici dialettali, le memorie dei pescatori, testimoniano la storia e le vicende della parola.
Al XV secolo risalgono le carte più antiche del Libro Rosso della Dogana di Taranto, raccolta di disposizioni sulla pesca nei mari e nei fiumi della città, tra cui divieti e limitazioni della rete gripo, permessa nel Mar Grande per la cattura di tonni e palamite, e nel Mar Piccolo per qualsiasi specie di pesci in determinati periodi dell’anno; era invece proibito calare «gripo di sarde».
Nella Storia di Taranto dello stesso De Vincentiis (1878, p. 125-126) è descritta la pesca dei tonni, per la cattura dei quali i pescatori «tendevano le reti opportune appellate gripi, od altre reti forti, ed in lontananza essi stavano agli estremi nelle barche»: pesca dismessa dalla seconda metà del Settecento, secondo lo scrittore, per una disgrazia occorsa in mare nel 1762, «quando una balena ed un capidoglio entrati senza che i pescatori si fossero accorti, nello stringere le reti e chiudere i pesci, ruppero le reti, rovesciarono le barche e i marinai con gran danno delle persone»; oppure, come ci informano altri autori che si occupano di pesca in area pugliese, forse perché i pescatori, per non farli scappare dal luogo denominato Le Fosse presso la punta di San Vito, indirizzavano i tonni nel Mar Piccolo, dove mangiavano i pesci più piccoli, a danno di chi guadagnava sulla pesca minuta.
Il rescritto della Consulta dei Reali Domini al di qua del Faro nel Regno delle Due Sicilie del 13 febbraio 1833, che regolava la pesca nelle acque di Gallipoli, ci testimonia invece ancora attivo l’uso delle reti dette gripi nella cala di Sant’Andrea; negli anni trenta del Novecento nella marina della città i pescatori adoperano la rete detta cribio per la pesca di tombarelli e tonni.
Nella riforma del dazio della pescheria del 1526 ad Ancona si concede di pescare con ogni tipo di rete, compreso cum li grippii, nonostante esistesse già una restrizione dell’autorità comunale.
Negli Statuti dell’isola di Veglia (1512) nel golfo del Quarnaro si legge della proibizione di pescare nel porto senza una speciale licenza con la rete chiamata grippus. In un documento del 1667 il Gran Consiglio di Capodistria vieta ai pescatori locali e a quelli forestieri la pesca con grippi e bragagne, reti dannose per il fondo marino; nuove proibizioni vennero nel 1746 e nel 1757 dai podestà di Capodistria per la pesca con la tratta, la cocchia, e quella denominata «a molinello col grippo», che con la loro trama fitta distruggevano i pesciolini novelli, impiegate dai pescatori istriani e dai chioggiotti, espertissimi marinai che solcavano le acque adriatiche. Nella descrizione di Carlo Marchesetti il grippo, utilizzato dai pescatori austro-ungarici lungo le coste orientali dell’Adriatico, è più piccolo della cocchia, prediletta dai chioggiotti, ed «è somigliante alla bragagna, da cui differisce per avere alle due estremità delle ali invece di cogolli, semplicemente due piccoli sacchi senza cerchi, per andar armato di meno piombi, e per possedere al margine superiore dei sugheri, essendo fornito di un minor numero di traverse. La sua lunghezza è di 20 metri, l’altezza di 4; le maglie hanno un diametro di 15 mm» (Marchesetti 1882, p. 71). Sul litorale istriano si ha notizia del gripo volante, specie di rete a sacco largo, che si getta nel mare senza che tocchi il fondo, e che viene trascinata tra le acque, sospesa alle due estremità della barca peschereccia, a differenza del gripo propriamente detto, calato sul fondale. Ancora nei primi decenni del Novecento in Istria il gripo si usa con le barche a vela in vicinanza delle coste, oppure è tirato a braccia a bordo di barche ancorate. Nel ricordo degli isolani, al principio del secolo, quella con il gripo era una pesca faticosa, che si svolgeva quasi sempre di notte, nel freddo e nelle asprezze dell’inverno: la rete dalle lunghe ali, trascinata lentamente sul fondo, andava manovrata a mani nude, sempre bagnate, così come umidi erano alla fine i vestiti dei pescatori; una pesca che non doveva essere sempre fonte di buoni guadagni, tanto che «andar a gripo», uscire a pescare con il gripo, voleva dire ‘ridursi in miseria’.
Nel 1888 nel compartimento marittimo di Castellammare di Stabia sono adoperate «le sciabiche, le sciabichelle, il ripo (grande rete rettangolare della lunghezza da 30 a 35 metri e della larghezza di 5 metri) tutte tirate da terra»; nell’ambito del censimento sull’industria della pesca negli anni 1937-1938, per la pesca in acque marine con naviglio troviamo il grippo a Chioggia, Trieste e Pola, la rete cripie a Brindisi, il ripo a Salerno.
Nel lessico marinaresco giuliano gripo è la cocia (cocchia) piccolissima, nel dialetto bisiaco il grip è un ‘rastrello con sacco di rete per la raccolta dei mitili’; sfogliando altri dizionari locali leggiamo che a Taranto la gripë è una specie di ‘rete adoperata per la pesca dei cefali, di circa 10 metri di altezza’, a Bari cripë è denominato ‘l’arnese da pesca utilizzato per la pesca di gamberetti’.
Storia di uomini e di acque, percorso di parole.
Nota bibliografica