Navichiere (o navighiere, con le varianti navicchière, navichièri, navichièro, e navighièro) è un sostantivo maschile di origine antica e letteraria; designa, in senso generale, il ‘padrone e comandante di una nave’, ovvero la figura responsabile del governo generale dell’imbarcazione e del comando sull’intero equipaggio. L’etimologia di navichiere risale al greco antico ναύκληρος (naúklēros), composto da ναῦς (nâus) ‘nave’ e -κλῆρος (-klēros), derivato da radice che significa ‘punta’, quindi ‘colui che sta sulla punta di una nave’ (DELI). Il termine è passato al latino classico come nauclēru(s), successivamente si è evoluto nelle forme del basso latino nauclerius (anno 1255) e
nauclierius (anno 1264). La forma tardo-latina naucleriu(m), che mantiene il significato di ‘padrone di nave’, viene probabilmente influenzata dal verbo navicare, variante arcaica del verbo navigare (VOLIT). L’affinità etimologica con il termine nocchiere (VEI), che condivide la stessa base etimologica naucleros (DEI), spiega l’uso frequente di navichiere come sinonimo di nocchiere, nel senso di ‘colui che guida e dirige una nave’. Diversa la posizione del Dizionario di marina, che parte dal termine latino navicularius, ‘noleggiatore di navi’, con la sostituzione del suffisso -erius ad -arius, o per attrazione a nauclerius.
La prima attestazione documentata, nella forma navighiere, risale al testo Il Conto di Corciano e di Perugia «el conte tantosto pensa quillo che serà e apella sua gente e navighiere, e tantosto se mette en nave» (ms. Vat. Lat. 4834, cc. 78r-101r, c. 82r), datato intorno al 1350. Tra il XIV e il XV secolo, il termine appare in numerose opere letterarie e documenti medievali, specialmente della tradizione toscana e medio-meridionale (TLIO). Un esempio è il Glossario latino-aretino di Goro d’Arezzo del XIV secolo, «hic nauta vel navita, el navighiere», in cui viene utilizzato come sinonimo di marinaio, sottolineandone l’uso prevalente in contesti nautici e tecnici. Anche Giovanni Boccaccio, nelle Esposizioni, descrive il navichiere come «colui al quale aspetta il governo generale di tutto il legno, e a lui aspetta di comandare a tutti gli altri marinari, secondo che gli pare di bisogno» (BIBIT). Questo ruolo acquista una connotazione più ampia nel Commento di Francesco da Buti, dove si evidenzia il lavoro svolto dai nocchieri nei periodi in cui non sono impegnati in viaggi e utilizzano il tempo per la manutenzione e il rafforzamento delle imbarcazioni: «invece di quel tempo che’ navichieri non li possono aoperar [adoperare, impiegare] a viaggi utili a loro, fanno l’altro loro utile e comodo in quella vece e in quello scambio». (Francesco di Bartolo da Buti, Commento sopra la “Divina Commedia”, vol. I, Pisa, Nistri, 1858, p. 546).
Il termine è registrato nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, successivamente nel Grande Dizionario di Francesco Alberti di Villanova (1842) e nel Tommaseo-Bellini; rimane, come termine obsoleto del lessico marinaro, in diversi dizionari moderni e contemporanei (Garzanti 2005). Pur essendo caduto in disuso nel linguaggio comune, la sua eredità semantica persiste nei testi letterari, arricchendo il vocabolario della lingua italiana con significati tecnici e simbolici.
Già nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, il termine assume anche una sfumatura di significato più specifica, indicante ‘colui che traghetta con barche, barcaiolo’, con riferimento specifico a chi guida imbarcazioni nei fiumi o in altri piccoli corsi d’acqua. In questa accezione, navichiere diviene sinonimo di navalestro (Corazzini 1900-1907), dal latino naulista, ‘noleggiatore di barche’, associato alla parola navale (GRADIT 2000). Il termine, di uso tecnico-specialistico, si riferisce a ‘colui che trasporta al di là del fiume’, ovvero chi naviga su corsi d’acqua poco profondi, non utilizzando remi per muovere la barca (Scarpa 1874), ma puntando sul fondo una lunga pertica per avanzare, chiamata stanga.
Non è solo officio del padre della famiglia, come si dice, riempiere el granaio in casa e la culla, ma molto più debbono e’ capi d’una famiglia vegghiare e riguardare per […] la quiete e tranquillità della tutta universa famiglia sua, […] stare desto, provedere da lungi ogni nebbia d’invidia, ogni nugolo d’odio, ogni fulgore di nimistà in le fronti de’ cittadini, e ogni traverso vento, ogni scoglio e pericolo in che la famiglia in parte alcuna possa percuotere, essere ivi come pratico ed essercitatissimo navichiero. (BIBIT)
In senso figurato, il termine viene impiegato anche per descrivere chi affronta esperienze difficili o esplora possibilità incerte. Esemplare è il verso di Enrico Cardile, che evoca i «navichièri del dubbio» che simboleggiano coloro che navigano nell’incertezza della vita o nei sogni sconfinati:
il nostro volto, o tragica sorella, / il triste volto dei navichieri del dubbio, / navichieri di un sogno sconfinato: / poi che sentimmo nel silenzio, / la voce ritmica del Tempo, che si perde / nel mare enorme dell’Eternità!
(Enrico Cardile, Ode alla violenza, in I poeti futuristi, Milano, Edizioni futuriste di poesia, 1912, p. 179).
Nota bibliografica: