Trabàccolo

Presente in tutti i dizionari di marina a partire da Simone Stratico (1813-1814), il termine trabaccolo viene introdotto per la prima volta nel repertorio della lingua italiana da Alberti di Villanova (1797-1805, s.v. trabacco e trabàccolo), ma era voce già diffusa se entra nel XVIII secolo nel provenzale nella forma trabauco (Vidos 1939, p. 591): Duhamel du Monceau segnala nel Settecento che una rete dei pescatori provenzali veniva denominata trabacou e trabauqué (1769, vol. I, p. 155).
Nel GDLI, che attesta l’uso letterario in autori otto-novecenteschi, la definizione di trabaccolo è molto aderente a quella del Dizionario di marina: «Piccolo veliero dotato di due alberi verticali con vele al terzo, in uso nell’Adriatico e nello Ionio per il trasporto e la pesca». Più dettagliata la descrizione del Vocabolario Treccani che si addentra in questioni di navigazione a pieno carico e che aggiunge l’uso in guerra: «tipi più grandi, nella seconda guerra mondiale, furono impiegati come batterie galleggianti costiere». Più sintetiche le descrizioni in Panzini (1942), così come nel Nuovo De Mauro e nel DISC che dà bragozzo come altro nome del trabaccolo (vedi in fondo alla scheda[1]).
L’etimologia è «molto discussa», come leggiamo nel DELI: non c’è accordo sull’accostamento a trabacca ‘struttura mobile per ripararsi, baracca’, voce trecentesca (TLIO), che Giovan Battista Pellegrini (1972) considera il capostipite della famiglia lessicale che comprende anche trabàccolo e trabacco. Alla base l’arabo ṭabàq ‘tettoia, palco, tavolato’, incrociato forse col latino trabs, trabis. Con il termine trabaccolo i dizionari, compresi quelli specifici di marina, definiscono un veliero tipico dell’Adriatico utilizzato tra Settecento e primo Novecento sia per la navigazione di cabotaggio, sia per traversate al di fuori dal golfo di Venezia. Auguste Jal descrive questo veliero nel suo Glossaire nautique (1848) indicandone i principali centri di armamento, individuati nelle città portuali adriatiche: Venezia, Trieste, Ancona, Pesaro, Pola, Ragusa ecc. In risposta a quesiti sulla marina mercantile italiana (durante un’Inchiesta parlamentare del 1882), Rodolfo Poli, ingegnere navale e meccanico, sosteneva la «superiorità della vela sul vapore nei viaggi transoceanici e nel commercio di cabotaggio» specialmente tra gli scali dell’Istria, della Dalmazia e dell’Arcipelago. Costi di costruzione ridotti e accessibilità alle coste adriatiche per la scarsa immersione dello scafo favorivano l’investimento dei piccoli armatori. Alcune mercanzie, come il legname ad esempio, potevano essere stivate più agevolmente rispetto ai piroscafi in ferro. Il raggio d’azione di questo naviglio si ricava dai registri di arrivi e partenze dei maggiori centri portuali dell’Adriatico già nel secondo Settecento. Con regio decreto, pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” del 19 novembre 1872, la tipologia navale in oggetto viene così descritta:

Bastimento con due alberi verticali (trinchetto e maestra), generalmente guerniti entrambi di vele a terzo o da trabaccolo (talvolta uno dei due alberi, invece d’una vela da trabaccolo, porta una randa). Il trabaccolo ha un’asta di flocco con polaccone e contropolaccone.

L’espressione «vela a terzo» è sinonimo, forse per la prima volta ufficialmente, della dizione marinaresca originaria, cioè «a trabaccolo», che invece, dalla prima metà del Seicento in avanti, risultava caratterizzante. I due alberi in dotazione di questo naviglio erano appunto «guerniti» con «vela trapezia», per dirla con la precisazione riportata da Stratico (1813-1814). La vela in questione rimaneva inserita in due pennoni, ossia antennelle, chiamate in gergo marinaresco “di sopra” e “di sotto”. La tipologia di armo, appunto “a trabaccolo”, si documenta appieno dalla prima metà del Seicento, a cominciare da una serie di testimonianze raccolte dalle autorità sanitarie di Ancona nel 1650 in cui si parla di una nascara, legno chioggiotto del Seicento, in origine armata «all’usanza di trabacolo con la vela quadra», che era stata mutata «in latina all’usanza di tartana». Con l’espressione vela quadra e vela latina, si richiamano le due tipologie di velatura. Verosimilmente dunque la vela a trabaccolo determina il riconoscimento di una specifica tipologia navale e da principio l’attrezzatura velica con questa definizione era stata adottata esclusivamente dai pescherecci dell’alto e medio Adriatico.
Nel Settecento si ritrovano già trabaccoli destinati alla navigazione di cabotaggio (‘barche da viaggio’) e bastimenti, in origine con armo latino, ‘armiggiati a trabaccoli’ (Rimini, Pesaro ecc.). Sulla scorta della documentazione archivistica restituita dalla ricerca condotta sul medio Adriatico, più precisamente sulle comunità pescherecce delle Marche meridionali dove, fino al primo Novecento, si è mantenuto costante l’uso della vela latina, si evince che le barche da pesca di Chioggia, indipendentemente dalla loro tipologia, nel medio Adriatico venivano designate come trabaccoli solo tenendo conto della velatura (1774). Una interessante statistica del 1784 però, permette di conoscere che quelle stesse imbarcazioni erano in realtà tartane, bragozzi, sardellare, pieleghi ecc., per cui i «500 e più trabaccoli pescatori» esistenti «nella sola città di Chioggia» secondo «periti pratici del mare», in verità risultavano essere tipi navali differenti, accomunati dall’attrezzatura velica adottata. In una carta corografica dello Stato Pontificio, compare il disegno, anche se approssimativo, di un veliero indicato con il titolo «trabacco anconitano» (1824). La citazione di questo vocabolo si ritrova nel GDLI, che richiama la definizione di Giacinto Carena (1868, p. 374): «Trabacco: sorta di bastimento mercantile di mediocre grandezza, con due o tre alberi a vela quadra o a tarchia». Carena, a sua volta, ricalca quanto riportato da D’Alberti, che però aveva precisato: «[il trabacco o trabaccolo] non può bordeggiare, perché ha il fondo chiatto, o come dicesi da’ costruttori, a rombo tondo» (vol. VI, 1805). Anche Giuseppe Boerio, nel Dizionario del dialetto veneziano (1829), per trabacco o trabaccolo ripropone la stessa versione, come già Giuseppe Ballerini nel Dizionario italiano scientifico militare (1824), con l’aggiunta di un ulteriore appunto sul raggio d’azione di questo legno: «D’ordinario serve a piccole navigazioni nell’Adriatico». Tra la seconda metà del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento si produce nei cantieri dalmati e nell’arsenale di Ancona il cosiddetto trabaccolo a poppa quadra.

[1]Il trabaccolo da pesca
In Romagna e nelle Marche il trabaccolo da pesca è chiamato barchèt e anche baragòz, dizioni già proprie dei pescatori del tardo Settecento. Rispetto allo scafo del trabaccolo da carico, quello del trabaccolo da pesca presenta una immersione minore, le vele si mantengono pressoché identiche, la portata invece nettamente inferiore. Il timone, «è molto alto e va molto oltre la linea di chiglia»; «è provvisto di agugliotti lunghissimi che permettono facilmente di sollevarlo con un paranchino, o a mano, quando i fondali sono bassi». Il barchetto, o baragozzo, «non ha occhi di cubia», ma presenta decorazioni in legno che li simulano (occhi apotropaici). Si ha di fronte insomma un’imbarcazione molto simile al mercantile omonimo, ma di grandezza assai inferiore, non dotata di ancore. In sostituzione compaiono invece ferri a «tre o quattro marre» che non necessitano di argani e gru di capone per essere salpati. Scrive Patrignani:

[…] questa barca da pesca aveva la stiva poco ampia e il capodibanda basso per salpare e imbarcare la rete con minor fatica. Lo scafo, della stessa forma, ma più piccolo del trabaccolo, era armato diversamente: le vele erano sistemate sulla sinistra dei rispettivi alberi […]. Nel sottoprua e dabbasso a poppa, non vi erano le cuccette per l’equipaggio come nel trabaccolo; si dormiva nel ristretto locale della stiva sopra rudimentali brande
(Patrignani, 1988, p. 134).

Nel Dizionario di marina è errata la spiegazione data per il trabaccolo da pesca, che non può essere identificato con il bragozzo, un’imbarcazione del tutto differente. Come s’è visto il trabaccolo è imbarcazione tipica dell’Adriatico e trabaccolari sono i pescatori che usano questa imbarcazione che per un singolare fenomeno di migrazione troviamo in Toscana, a Viareggio. Da San Benedetto del Tronto, dopo la prima guerra mondiale si ebbe un trasferimento di pescatori con le imbarcazioni tradizionali che costituirono una significativa flotta peschereccia del porto toscano. Già nei decenni centrali del Settecento, trabaccoli di Rimini e di Chioggia erano stati invitati dalle autorità pontificie a trasferirsi nel litorale tirrenico nell’intento di incrementare le attività di pesca (De Nicolò 2004, pp. 310-311).

Maria Lucia De Nicolò



Nota bibliografica

  • Henri-Louis Duhamel du Monceau, Traité général des pesches et histoire des poissons […], vol. I, Paris, Saillant & Nyon, 1769.
  • Inchiesta parlamentare sulla marina mercantile (1881-1882), vol. III, Roma, Tipografia Eredi Botta, 1882.
  • Washington Patrignani, Il trabaccolo e la sua gente, Fano, Editrice Fortuna, 1988.
  • Giovan Battista Pellegrini, Trabaccolo - trabacca, in Id., Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia, Brescia, Paideia, 1972, vol. II, pp. 549-559.
  • Benedek Elemér Vidos, Storia delle parole marinaresche italiane passate in francese, Firenze, L.S. Olschki, 1939.