Bragozzo

Italo Svevo, Senilità, Milano, dall’Oglio, 1969 [18891].
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Alla riva, dopo di aver guardato l’orologio, si fermò. Qui il tempo appariva peggiore che non in città. Al sibilare del vento si univa imponente il clamore del mare, un urlo enorme composto dall’unione di varie voci piú piccole. La notte era fonda; del mare non si vedeva che qua e là biancheggiare qualche onda che il caos aveva voluto infranta prima di giungere a terra. Sui battelli, alla riva, si era sull’attenti e si vedeva qualche figura di marinaio, in alto, su quegli alberi che facevano la solita varia danza nelle quattro direzioni, lavorare nella notte e nel pericolo.
Ad Emilio parve che quel tramestìo si confacesse al suo dolore. Vi attingeva ancora maggiore calma. L’abito letterario gli fece pensare il paragone fra quello spettacolo e quello della propria vita. Anche là, nel turbine, nelle onde di cui una trasmetteva all’altra il movimento che aveva tratto lei stessa dall’inerzia, un tentativo di sollevarsi che finiva in uno spostamento orizzontale, egli vedeva l’impassibilità del destino. Non v’era colpa, per quanto ci fosse tanto danno.
Accanto a lui un grosso marinaio piantato solidamente sulle gambe coperte di stivaloni, urlò verso il mare un nome. Poco dopo gli rispose un altro grido; egli allora si gettò su una colonna vicina, ne slegò una gomena che v’era attortigliata, l’allentò e la saldò di nuovo. Lentamente, quasi impercettibilmente, uno dei maggiori bragozzi si allontanò dalla riva ed Emilio comprese ch’era stato attaccato ad una boa vicina per salvarlo dalla terra.
Il grosso marinaio prese ora tutt’altra attitudine; s’era appoggiato alla colonna, aveva accesa la pipa e in quel diavoleto si godeva il suo riposo.
Emilio pensò che la sua sventura era formata dall’inerzia del proprio destino. Se, una volta sola nella sua vita, egli avesse avuto da slegare e riannodare in tempo una corda; se il destino di un bragozzo, per quanto piccolo, fosse stato affidato a lui, alla sua attenzione, alla sua energia; se gli fosse stato imposto di forzare con la propria voce i clamori del vento e del mare, egli sarebbe stato meno debole e meno infelice.




Clotilde Ferrarini, Profili d’artisti. Pietro Fragiacomo, in “La vita italiana”, III/15 1895, pp. 239-243: p. 240.


Quest’anno, alla esposizione internazionale, nel Comitato ordinatore della quale il Fragiacomo prese parte attivissima, ha dato due opere: Paesaggio alpestre e Un saluto. Questo, che fu acquistato da S. M. il Re, e che la Vita Italiana è lieta di poter riprodurre in tavola separata, viene reputato bellissimo, non solo per i pregi della tecnica, ma altresì per l’intensità del sentimento che vi spira, per la strana forza attraente che costringe l’osservatore a fermarsi e a raccogliere tutto il pensiero nella contemplazione di ciò che rappresenta. La superficie piana dell’acqua si stende ampia d’ogni lato; un bragozzo, da’ larghi fianchi, che si vede di scorcio, veleggia sul mare; lontano un altro bragozzo si disegna, di profilo. Sulla prua del primo un marinaro si drizza quanto può, stendendo il braccio nella direzione del secondo ed agitando il berretto. Perchè il saluto? viene tosto fatto di domandare. Sono essi forse, que’ due padroni di barche diverse, parenti, compari, amici, reduci da breve viaggio, diretti verso il porto ospitale dove la famiglia li attende e, trovatisi per via, dopo aver riconosciuto a distanza qualche ben noto segno delle vele, si chiamano e cercheranno poi di avvicinarsi, a fine di continuare il cammino di conserva? Oppure, l’uno all’altro ignoti, viaggianti nell’Adriatico a trasportare merce verso le coste straniere, incontrandosi nella silente vastità del mare, solo perchè si accorgono di essere ambedue veneziani, si salutano con fratellevole amore? In tal caso, è grido di gioia la voce squillante e prolungata che fende l’aria a un tratto; grido uguale risponde e un’onda di tenerezza affettuosa solleva il petto robusto di que’ marinari accomunati nella stessa sorte, negli stessi pericoli, nello stesso pensiero della laguna lontana!




Scipio Slataper, Il mio Carso, Milano, Mondadori, 1993 [19121].
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Guardavo i bragozzi ciosoti che con una gran spinta si staccavano, gonfi e carichi, dalla riva. Il padrone della barca si levava la camicia per non infradiciarla di sudore, s’arrampicava sull’albero, e agganciandosi con la gamba sulla scala a corda sbrogliava la vela, giallastra a macchie mattone. Tutta la notte avrebbero corso l’Adriatico col borino, e poi un altro giorno, e un altro sotto il sole. Specialmente mi desideravo la piena calma marina, se il vento fosse cessato improvvisamente.




Ugo Ojetti, Una giornata veneziana, in Cose viste, tomo II, 1928-1943, Firenze, Sansoni, 1951, pp. 139-145.


E stamattina sono andato a Chioggia a vedere la benedizione e la partenza dei trentadue bragozzi, per la grande regata indetta dalla compagnia della Vela. Cara Chioggia, vento e mare, sole e fatica, e quest’odore di pesce stillante all’ombra delle antenne assiepate, che resta nella memoria come del folto d’una foresta l’odore dei funghi. Chi ha detto che le tre cose ancóra al mondo leggiadre sono una barca a vela, una spagnola al ballo, un cavallo al galoppo? Oggi s’ha da goderci la barca a vela.
Di vento ce n’è poco, ma per noi profani sono le vele a suscitare il vento: ti par d’essere assopito nella piu stanca bonaccia, sulle verghe si distende una vela e subito palpita felice come un applauso. A colazione sul molo, nelle mense allineate davanti all’acqua, non si parla che del vento, anzi, di quel poco di bava o bavesella di cui tutti si contenterebbero. Di qua dalla diga l’acqua è piu grigia che azzurra; di là, d’un turchino fondo da far impallidire il cielo. Ma di qua stanno i bragozzi ben tarchiati, neri e lustri, riverniciati a nuovo, con le fasce verdi, rosse, turchine, sgargianti come i colori delle giubbe dei fantini; e sulle vele gialle e rosse, stampati in alto i numeri d’ordine per la gara; e sulla prora, gonfia che sembra il petto d’un atleta coi muscoli già tesi per l’assalto, dipinti i simboli piu contradittorii, madonne, elmi, angeli, uccelli, croci, cavalli. Coi riflessi fanno dell’acqua una mobile seta, che nessun damasco o velluto fu mai a Venezia tessuto piu bello. (p. 142 sg.)

[…]

S’ode un colpo del cannoncino che deve dare il segnale. Andiamo incontro ai bragozzi. Un altro colpo rintrona basso nell’afa come l’avessero sparato sott’acqua. Le barche partono di scatto, e in un minuto tutto il mare è pieno di queste farfalle rosse ad ali dritte sotto la carezza del vento. Di qua, di là, le farfalle bianche dei cutteri.

Noi si torna a Venezia. Dopo il tramonto ritrovo i bragozzi ancorati su due file davanti alla punta della Dogana, le vele stanche. Il bacino occupato e chiuso da questa schiera d’antenne, oppresso dai riflessi rossi e neri, sembra più angusto. Sulla Dogana la palla d’oro della Fortuna è sola a splendere nel cielo che si spegne. Millenovecentoventinove? Se m’affido agli occhi, posso ringiovanire di secoli. (p. 145)

Annalisa Nesi