Stravento

Attilio Crepas[1], La cavalcata marina del nostromo, in “La Stampa”, 16 dicembre 1941, p. 3.


Sembrava che quel grosso siluro decapitato volesse scoppiare dalla rabbia e cercasse la testa perduta senza la quale scoppiare non poteva. Ma alla fine tanta boria finì sulla spiaggia, a rimorchio di un somaro.

Al diavolo, questa è pace! Cielo e acqua erano addosso a tutti e a tutto, e gli uomini del Mas non si vedevano l’uno con l’altro.
A volte la barca era come alla cappa e pestava di prora. Il “Secondo”, il signor Stengo, comandava lui, ché il Comandante era stato alla fonda nel nido d’acqua perchè, giustamente, aveva voluto che quella fosse impresa esclusivamente sua, del “Secondo”, che se l’era trovata, all’improvviso, come le fortune. E Stengo magari, in quel momento, rammaricava e mugugnava d’esser lì con quella notte che s’era fatta, e con quel libeccio che rinfrescava sempre più.
A prendere il tempo di petto come avevano fatto fino allora, l’onda si alzava sul coltello senza che questi la tagliasse, tant’era spessa, e poi ricadeva piena, gonfia com’era cresciuta in mare, e scrosciava senza che la gente non avesse fatto in tempo neppure a vederla. Il nostromo, che si prese una di quelle bugliolate in pieno, alzò e scrollò un piede per far vedere che l’acqua, entratagli dal colletto dell’incerato, ora gli usciva veramente dal fondo dei pantaloni: sulle scarpe, parola d’onore. Tutti i marinai, armieri mitraglieri cannonieri e siluristi eran a groppo sulla testa del Mas, ammanigliati uno all’altro e il primo della catena si agguantava al tientibene, un passamano d’ottone che lega esteriormente il profilo e gli elementi segmentati della cupoletta sotto la quale c’è il “quadrato” — per modo di dire — la tuga, la sala nautica, il cruscotto, i comandi di direzione e di lancio, l’R.T., tutto insomma concentrato in un così breve spazio che uomini e cose fan lì sotto una sola massa. O tutto si muove o tutto sta fermo, dentro il cranio del Mas, a seconda di come van le cose si comportano gli uomini, ché dall’alto, la voce del Comandante, li rimescola a piacere come in un pentolone sul quale affiorano appena, quando è notte, le luci fosforescenti e multicolori degli strumenti di bordo, come bolle di sapone composte e spente, riaccese e sgonfie. Il nettavetri automatico delle finestrelle, ricavate appunto nel cupolotto come le vetrate di una cappelletta, unghiava cosi fortemente sul cristallo che pareva soffiare e piangere.
— E fermalo che mi lega i denti!
Di sotto, ben riparato dall’acqua se non dallo stravento che, correndo su coperta s’infilava nel portello e scendeva a freddare tutto quel che toccava, il nocchiero fece finta di non udire.
Era inutile che il nettavetri scivolasse avanti e indietro sulla macchia di inchiostro che, larga e disperata, come il cielo, si schiacciava contro ai cristalli, ma forse gli teneva compagnia per quel tanto che aveva di umano il movimento e il gemito.
— E piantala — disse il “Secondo” chinandosi nel vuoto.
Il nocchiero fermò allora il marchingegno acidulo e poi, avendo ormai alzata la mano dal volante del timone, si lisciò una carezza dalla fronte al mento per rianimare il volto che, nel buio e nel freddo gli s’era come annodato attorno al perno del naso in una smorfia balzata da un brivido. Forse, con quel maraglione (?) e in altre circostanze sarebbe stato meglio rientrare, ché, se ancora aumentava era un momento spaccar tutto e perdere fin anche la barca. Però nessuno pensava a rientrare, nè la gente, nè il «Secondo». […]

[1] [Attilio Crepas (Ferrara 1903-Roma 1966) “Legionario fiumano”, squadrista e volontario d’Africa, partecipò alla Marcia su Roma. Volontario nella Prima guerra mondiale; decorato al valore militare “sul campo” e promosso per meriti eccezionali. Aiutante maggiore della Legione Azzurra di Palermo, diviene capitano dei Bersaglieri; imbarcato sui sommergibili come corrispondente di guerra della “Stampa”; fu anche caporedattore del “Corriere dell’Impero”].




Giuseppe Ramazzotti, Fatica e avventura, vite da lagunari. I mestieri con le stellette, in “Corriere Lavoro”, 10 giugno 2005, p. 17.


Laguna di Venezia. Si supera su di un ponticello malfermo il corso d’acqua che taglia l’isola di Sant’Andrea mentre la Nikon di Walter Meloni spara a raffica su una squadra di uomini del Reggimento Lagunari «Serenissima» che nell’acqua si sono infilati sin oltre le ginocchia. «Adesso siamo in esercitazione ma in situazioni operative reali la notte o il cattivo tempo con nebbia oppure pioggia e stravento — spiega il colonnello comandante, Stefano Petrassi — è la condizione ideale per colpire il nemico che ha allentato la sorveglianza…». Gli fa eco il tenente colonnello Giovanni Parmiggiani: «Bisogna vincere la naturale replsione dell’acqua fredda e del fango, compagni quasi inseparabili delle nostre operazioni». E scorrono immagini di gente ricoperta di mota o immersa in verdastre pozzangherone.

Infatti l’acqua, le terre mobili delle paludi, i canneti e le “fangazze”, regni di bisce, rane, zanzare e di più nobili fenicotteri e selvatici, costituiscono il mondo ideale di soldati che ai tempi della repubblica veneziana erano imbarcati sulle navi della flotta, ma in anni più recenti (ad esempio durante la Grande Guerra) hanno avuto il compito di difendere il litorale nordorientale e in quelli della Guerra fredda di fronteggiare una possibile invasione dai Paesi comunisti.

Matilde Paoli