Lampara, termine tecnico della pesca, è parola nota e compresa anche al di fuori del suo ambito d’uso (GRADIT). Ha più accezioni, riconducibili a due significati fondamentali: uno raro e letterario, l’altro di àmbito settoriale (cfr. GDLI) con più accezioni: a) ‘Lampada ad acetilene o a gas di petrolio, che si installa sulla prua di una barca per attirare i pesci nella rete, nella pesca notturna di alici, sardine, sgombri o di altro pesce pelagico di superficie’; b) ‘Barca che porta tale tipo di lampada’; c) ‘Particolare tipo di rete di circuizione’; da cui consegue il costrutto sintattico Pesca con la lampara o alla lampara.
Nel Dizionario di marina, che recupera esattamente la definizione presente nel Vocabolario di Carlo Bardesono (1932), compare soltanto il significato di ‘rete’, con l’aggiunta di una dettagliata descrizione dell’oggetto. Inoltre, sotto il lemma rete, viene citata lampara, nella categoria delle reti da circuizione: oltre al tipo generico, ne vengono indicate anche due tipologie particolari, cioè la lampara a mazzetta (o a massetta) e la lampara a mugginara (o a musèa), di cui non si fornisce la descrizione. Molto dettagliato in proposito l’articolo di Carlo Piaggio (1927) sui metodi di pesca nella zona di S. Margherita Ligure.
La prima attestazione non dialettale di lampara è ricostruibile con un certo margine di approssimazione. Il DISC riporta il 1905 senza citare la fonte, ma la voce risulta presente già in testi della seconda metà del XIX secolo: La pesca nel Golfo di Napoli di Achille Costa (1870) e La pesca in Italia di Adolfo Targioni Tozzetti (1871). Le citazioni divengono più numerose nel corso del Novecento.
Nato nei dialetti meridionali, lampara, secondo l’Etimologico, deriverebbe dalla voce greca lampàda, di cui mantiene l’accentazione, con successivo sviluppo meridionale della -d- intervocalica in -r-; mentre altri, come il DELI e il DISC 1997, ne vedrebbero l’origine in lampadara (anch’essa attestata nel Sud d’Italia), con caduta di una sillaba.
I dizionari dialettali ottocenteschi testimoniano l’uso della voce lampa (affine a lampara) con significato generico di ‘lucerna’, con l’eccezione di Vincenzo Nicotra (1883) che, per il siciliano, riporta il costrutto iri cu la lampadàra, tradotto con andare alla caccia o alla pesca col frugnòlo (vedi sotto). Spostando l’attenzione ai vocabolari dialettali del ʼ900 e oltre, emergono due aspetti interessanti: la presenza del termine lampara con vari significati nei dialetti dell’Italia meridionale (napoletano, messinese, leccese, tarantino, barese, ecc.) e l’attestazione della voce anche in aree marittime settentrionali (cfr. Noberasco 1934 per il savonese, Gismondi 1955 per il genovese, Doria 1987 per il triestino). In parallelo anche nei dizionari di lingua italiana, il termine inizia ad essere registrato, il più delle volte, con le sue estensioni semantiche (Zingarelli, Devoto-Oli, Garzanti).
Sulla base di quanto detto, si ricostruisce che da un significato generico di ‘lampada’, spesso espresso dalla voce lampa, si passa a quello specifico di ‘lampada per la pesca notturna’ indicato dalla voce lampara. Successivamente la parola passa a denominare la barca che ha a bordo la lampara. Dal momento che, per catturare i pesci attratti dalla fonte luminosa, veniva utilizzata una rete da circuizione con struttura simile nelle varie aree geografiche di utilizzo, il termine si è esteso anche alla rete che, almeno in origine, era associata all’uso della lampada per fare affiorare i pesci. Tale accezione di lampara si diffuse sulle coste liguri, toscane, calabresi, oltre che in Sardegna e in Corsica, dove convive con le forme làmparo e lamparò influenzate dal provenzale, per raggiungere anche l’area adriatica dall’Abruzzo fino alla Venezia Giulia. Notevoli anche le varianti lambara, di cui si ha riscontro in più regioni meridionali, e lampàda (sulla costa dalmata e su quella della Sardegna occidentale). In area centro-meridionale, tuttavia, sono presenti altre forme che, non raramente, convivono con la voce in espansione: il tipo cianciòlo con le sue varianti in alcuni porti della Toscana, del Lazio, della Sardegna, della Calabria, della Sicilia e della Puglia e i tipi saccoleva (vedi la voce corrispondente nel Dizionario di Marina) e zaccarena, in riferimento a una rete simile alla lampara, ma di maggiori dimensioni, diffuse sia nel Tirreno sia nell’Adriatico (Atlante linguistico Mediterraneo d. 482, dati inediti[1]). Risultato della sovrapposizione dei vari significati sarebbero poi i costrutti, pesca con la lampara o alla lampara, dove la voce in questione resta sospesa con buon margine di ambiguità tra l’accezione di ‘lampada’ e quella di ‘rete’, o dove forse non esiste più cesura tra esse, in quanto fuse in un’unica realtà inclusiva di tutti gli elementi alla pesca necessari: lampada, barca, rete.
Sebbene i risultati delle indagini linguistiche evidenzino che lampara, nelle sue accezioni e nei costrutti, sia un termine relativamente recente, essa tuttavia viene associata a una tecnica di pesca molto antica. Claudio Eliano, vissuto tra il 170 e il 235 d. C. e autore del De natura animalium (Sulla natura degli animali), descrive con ricchezza di dettagli tale procedimento: una volta che i pesci erano stati attirati in superficie grazie al chiarore della fiamma prodotta da una torcia, si usava l’arpione, poi recuperato tramite corde di sparto, per trafiggerli. In epoca medioevale, ma con spirito che già preludeva al Rinascimento, Pietro de’ Crescenzi, nel suo trattato Ruralium Commodorum libri XII, più noto nella traduzione dal titolo di Trattato dell’agricoltura (1304-1309), parla di questa tecnica di pesca ponendola sullo stesso piano di una corrispondente tecnica di caccia che consisteva nel sorprendere i volatili durante il sonno con una forte luce, per poi aggredirli con dei bastoni. Allo stesso modo, con una fonte luminosa, durante la notte si potevano attirare dei pesci in fondali bassi per poi colpirli con bastoni o pertiche di legno. Caccia col frugnolo e pesca col frugnolo erano le espressioni con cui si indicavano quei metodi. Nella laguna veneta, secondo Giorgio Boscolo (1997), è attestata la pesca co la fàgia (cioè con la fiaccola). Per l’area area siciliana, Nicotra (1883), si rinvia alla citazione già ricordata. Infine, anche il Dizionario di Marina pone a lemma il termine frugnolo o frugnuolo in riferimento sia alla caccia che alla pesca.
Secondo Giulio Bonamico (1933), la diffusione massiccia di questa tecnica molto antica si è avuta solo dopo l’invenzione di fonti luminose più potenti come l’acetilene, il gas e il petrolio, capaci di richiamare grossi branchi di pesci, catturati con reti. Tuttavia, la pesca con fonte luminosa, sempre secondo Police (1931), trovava un buon uso nel golfo partenopeo già prima di metà ʼ800 e avrebbe ricevuto grosso impulso dal ricorso alle lampade a carburo, il cui utilizzo divenne più consistente verso la fine del secolo; ad esse, molto probabilmente, fu attribuito il nome di lampare, nome che le lampade mantennero anche quando il sistema di alimentazione passò al petrolio e all’energia elettrica. Terminologia e tecnica, di pari passo, presero a diffondersi, anche se con qualche variante, nelle restanti aree marittime della nostra Penisola, facendo, di una parola nata in ambito dialettale, un termine italiano.
[1]Si ringrazia Annalisa Nesi del Comitato di direzione dell’Atlante linguistico mediterraneo (ALM) per aver fornito i dati inediti.
Nota bibliografica