Lavarello. — Piccola traversa stagna, alta 30 o 40 centimetri, e che si stabilisce sul ponte, immediatamente a poppavia delle cubìe, per impedire all'acqua entrata dalle cubìe di scorrere sul ponte quando le cubìe sboccano in un ponte al disotto della coperta. L'acqua così trattenuta ricade in mare attraverso gli ombrinali di estrema prora. (Russo). Si chiama Lavarello anche lo spazio limitato come sopra. Anche Gatta, Mangiatoio, Cassa delle cubìe (ant.).
(Lavarello nel Parrilli. Cfr. napol. lavarella « rigagnoletto; stroscia », lavarone « pozza »; genov. ant. lavello « canale » [Rossi, Gloss. lig. 119]).
Lavorare. — Si dice in generale di qualsiasi organo meccanico, di un cavo, di una catena, dei rimorchi, che sono in funzione con speciale riferimento al tormento che ne subiscono.
— Detto dell'àncora vale: Arare. (Stratico). Verbo poco usato.
— Di bastimento che fa sforzi quando è travagliato da un succedersi di temporali. (Laugieri).
Lavoriero. — « Impianto peschereccio. È come un
labirinto (v.) costruito con canne palustri, nei canali che mettono in comunicazione il mare con gli stagni e le lagune. La forma e il materiale variano da luogo a luogo ... I pesci passano attraverso questi compartimenti e finiscono in un ultimo recinto da cui non possono uscire ». (Bardesono). In uso a Comacchio, e nelle Valli di Venezia (Laorieri, Lavorieri, plur.). V. Bocarìn, Vòlega (venez.).
(Non forse dal lat. labyrinthus, con suffisso mutato [Meyer-Lübke, Rom. etym. W. 4816], ma da lavoro, nel senso di * « congegno »: nel senso di « lavoro, opera » esiste il venez. laoriér, vecchio senese lavoriero, ecc. [Parodi, Miscell. Ascoli 485, n.; Tommaseo]).
Lavoro. — Qualsia sistema funicolare meccanico formato con cavi e bozzelli.
— Il bozzello nel momento in cui viene usato.
— (Sec. XVII): la parte del prodano che investe i taglioni, in una galea. (Crescenzio 115 [il lavoro del Prodano], 116-118).
Lavuro (Tarant.). — Tonneggio (il tonneggiare e il cavo usato).
Lazzaretto (con zz dolce). — Vasto spazio chiuso attorno con un muro, e nel quale si entra da un porto di mare, destinato ai malati e alle merci dei bastimenti in quarantena. (Parrilli; Piquè). Anche Lazzeretto. Genov. Lazzaeto.
—
Lazzaretto galleggiante: nave ospedale.
(V. Crusca; Jal. Il governo di Venezia nel 1403 stabilì che i bastimenti venuti da luoghi infetti venissero confinati nei canali di Fisolo e di Spignón, mentre le persone sospette d'infezione venivano mandate all'ospedale dell'isola di S. Maria di Nazaret [Nazarethum]. Così il Mutinelli, ma in quell'anno fu decretata la fondazione d'un lazzaretto per appestati, e solo nel 1456 esso diventò luogo di contumacia. In origine il lazzaretto indicò l'ospedale per i lebbrosi, detti già làzzari, da una chiesa presso Gerusalemme, dedicata a san Lazzaro, protettore dei lebbrosi [secolo X "], e il primo in Italia fu quello di Ferrara [1177; a Venezia nel 1182], In origine il termine dovette essere lazzaréto, e così è infatti registrato dall'Oudin [lazzarétto «lebbroso»], e poi in esso ebbe luogo intrusione del suffisso -etto. V.: Galiani, Vocab. napol., s. Lazzaro; Fanfani, Uso toscano; Boerio; E. Musatti, Guida stor. di Venezia, III ed., 60, n.; E. Musatti, Ateneo Ven., v. 107, 1931, v. I 93-94. Altri supposero che lazzaretto sia venuto dall'ospedale di S. Maria di Nazaret, ma a parte la trasformazione di Nàzaret in lazzaretto, non risulta che il popolo abbia chiamato Nàzaret quel luogo, sebbene a Venezia si trovi nazaretto [v.] per « lazzaretto ». Il Sansovino ha lazaretto, riferito al 1468: Jal, s. Arsile. V. Spitzer, Wörter und Sachen VI 201-204; Meyer-Lübke, Rom. etym. W. 5863; Migliorini, Dal nome proprio 120; Corazzini).
Làzzura (Còrso). — Tempo di calma con un poco d'umido.
(Cfr. capocors. lazzu, làzzulu «aspretto, agretto»: Guarnerio, Rendic. Ist. Lomb., s. II, v. XLVIII 664).
LebecciataLebeccio, . — Registrati dal Guglielmotti per Libeccio, Libecciata. Sono forse i genov. Lebecciadda. Lebeccio; Istr. Lebìcc, Garbìn.
Lebeccio riporta lo Jal dal Duez (1674), ma almeno la stampa del 1671 di questo ha solo libeccio, come è nell'Oudin e nel
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Veneroni. Lebeccio è nella Relaz. Santo Buono (14).